Guardo e riguardo questa mia fotografia scattata in un momento di rabbia, meticolosamente ricercata nei dettagli, non solo compositivi:

- l’io
- il sole
- l’albero
- la pala
- la cicatrice che trapela dal busto nudo
- la croce (postura)
La dedicai agli insegnanti, ai filosofi, agli scienziati e agli artisti, e tra tutti, in particolar modo, a quelli affetti della «sindrome di Cassandra», ovvero a quelli che, secondo il mito, prevedono il futuro ma non vengono creduti: una condizione umana assurda in bilico tra realtà fisica e realtà percettiva.
Nella fotografia ritraggo me stesso con le braccia aperte in senso di resa, ma in atteggiamento di sfida e di provocazione.
Queste furono le parole con cui l’accompagnai:
C’è chi scava fosse per farne trincee,
C’è chi scava fosse per seppellire morti,
C’è chi è costretto a scavare una fossa per se stesso.
«Eccomi! Sono qui! Venitemi a prendere!
Così il germe della conoscenza da me a voi passerà
e un giorno, da quella buca, un albero nascerà orgoglioso e robusto»
Provo un senso di piacevole turbamento nel guardare questa mia fotografia, questa fotografia di me.
Sento la necessità di mostrare le mie debolezze, il mio coraggio, e le mie dissonanze interiori:
Il narciso mezzo nudo e la mia condizione umana (l’io), la speranza nel futuro (il sole), la forza e la vitalità artistica (l’albero), l’umile quotidianità (la pala) che se da una parte mi sostenta dall’altra mi seppellisce, poi c’è la coscienza (la cicatrice) che ogni giorno mi ricorda che, dopo tutto, sono ancora vivo, e poi la postura (la croce) che sta a simboleggiare la veicolazione del tutto dal mondo fisico del corpo a quello spirituale dell’anima.
Non è passato molto tempo da allora, ma gradualmente ho perso quel velo di arrogante narciso per riappropriarmi della mia dimensione umana.
Ora mi ritrovo in ufficio nella penombra dei miei dubbi, e perplesso mi interrogo seriamente su cosa abbiamo, Noi, tra le mani: un potere che ci eleva, ci sostiene, ci protegge, ci trasforma e ci distrugge, un potere straordinario e grandioso, un qualcosa che gli induisti attribuirebbero esser degno solo a Brahma, Vishnu e Shiva, mentre io, artista e uomo di scienza, non so se chiamarla Arte o Conoscenza.
Dopo tutto, ogni Artista, come ogni Scienziato, è in bilico tra realtà fisica e realtà percettiva, e attraverso la Creazione punta Tutto per divenire Immortale, mutando la Percezione di se da una condizione umana a quella divina.
Questa sensazione è straordinaria, sembrerebbe l’unica strada che porti verso la Felicità, inebria ed eleva all’Olimpo, ma porta così in alto che, come Icaro, potrebbe rischiare di farci perdere quelle ali fatte di Materia e non di Sogno.