Lettera alla mia coscienza – La Montagna che non sovrasta, ma accompagna

Cara coscienza,
Mi trovo qui a scriverti in questa triste circostanza, per tentare di farti conoscere quello che è stato il Prof. Ettore Pennestrì, con il sommo rammarico di non aver potuto partecipare alle sue esequie per un mio ultimo saluto: colgo questa occasione per fare alla sua memoria un piccolo omaggio.

Cara coscienza,
non sono mai stato troppo bravo con le parole, lo sai, soprattutto in questo momento della mia vita: mi trovo da una parte con il bisogno di scriverti e dall’altra, con la difficoltà di scegliere le giuste parole per rendere più fluido il mio pensiero, ostacolato da un vortice di emozioni, miste a nostalgia e malinconia, che il ricordo e il tempo trascorso portano con sè.

Dovevo aspettarmelo, ma solo in questi giorni posso constatare, con immensa meraviglia e stupore, la sua popolarità: confrontandomi con le reazioni di chi l’ha conosciuto capisco che la mia opinione del Professore è largamente condivisa da altre centinaia di persone e studenti.

Carissima coscienza,
una cosa te la voglio dire subito, senza troppi giri di parole: era un Professore con la «P» maiuscola, di quelli che sono una rarità in questo mondo; un Professore a cui veramente piaceva «In-Segnare», e molti concorderanno con me: il suo segno lo ha lasciato indelebile dentro ciascun studente e collaboratore.

Lo voglio ricordare in quel periodo in cui, pian piano, lasciavo la mia carriera universitaria e iniziavo quella lavorativa: dal 2007 sono passati ormai parecchi anni e di quei segni di cui parlavo prima, alcuni sono ancora chiari e freschi in me e per questo preziosi.

Mi rimane un ricordo fotografico di una serata conviviale: una fotografia sbiadita frutto dell’utilizzo di una tecnologia popolare dell’epoca (SolidTeam – io dietro l’obiettivo)

SolidTeam - io dietro l'obiettivo

Roberto Carlucci, Ettore Pennestrì, Pier Paolo Valentini, Alessio Albino, Simone Ciniglio, Mirko Mosconi, Eliana Rapillo, Giancarlo Battisti, Roberto Quintiliani (fotografo)

Coscienza mia, accontentati di questi pochi fotogrammi che ti racconterò e cortesemente non torturarmi oltre.

Un Professore, una Persona capace di metterti da subito a proprio agio. Con la sua schiettezza ed ironia era capace di farti sentire come alla pari: non aveva bisogno di dimostrare ciò che risultava evidente, ovvero, che fosse intellettualmente una Montagna… ma di quelle che non sovrastano ma accompagnano.

Durante le lezioni spargeva il seme della curiosità, gli capitava di raccontare aneddoti e di approfondire con contestualizzazioni storiche di persone, prima che di uomini di scienza, e lo faceva in maniera semplice come se parlasse di amici.

Gli presentai l’ultima stesura della mia tesi di laurea e il Prof. andò dritto a ricercare la dedica, la lesse e si commosse… mi aspettavo che almeno la sfogliasse e, invece, vedendomi forse un po’ deluso, con la sua voce inconfondibile e garbata, con quel suo sorriso sornione, mi rassicurò dicendomi: «Il tuo studio lo conosco… ma quello che un giorno capirai e riterrai importante, rileggendo questo lavoro, sarà la memoria di questa tua dedica che dura nel tempo»

Presidente di commissione nella mia sessione di laurea, durante la proclamazione face un discorso, rivolto a noi neo-laureati che più o meno risuonava in questo modo: «Congratulazioni a voi futuri ingegneri, e che il vostro operato, basato sullo studio della scienza e della tecnica, possa sempre avere, con l’aiuto della vostra coscienza personale, il fine ultimo del Bene e del Progresso»

Cara coscienza,
faccio spesso i conti con te e devo confessarti che il seme della curiosità, già insito in me, il Prof. lo ha saputo coltivare e curare molto bene, e sarà stato anche merito suo che da sempre ho curato, seppur da ingegnere meccanico, la passione per l’informatica e lo studio della programmazione dei linguaggi più comuni ed emergenti: partendo dal Fortran, poi C/C++, Java, ed infine ora con il Python.

Era, lo dico scherzosamente, un vero fanatico del Fortran: chi conosce i sui libri o ha seguito i suoi corsi può ricordarselo.

Cara coscienza,
ancora un’altra confessione devo farti: poco prima dell’estate, per approfondimenti professionali, ho ripreso in mano i suoi libri e le sue esercitazioni, che dopo 20 anni e più ancora conservo e custodisco gelosamente, lì, nella mia libreria.

Ora mi trovo qui insieme ad altri colleghi e compagni di università, e mai me lo sarei aspettato da me stesso, sempre schivo e sfuggente rispetto ad un certo tipo di impegno, a condividere una petizione per “intitolare” a lui un’aula dell’Università di Roma Tor Vergata.

Come riconoscimento di innumerevoli segni lasciati in noi, sarebbe bello poterlo contraccambiare con un segno lasciato in sua memoria ai posteri.


Intitolare un’aula di Ingegneria a Tor Vergata in memoria del Prof. Ettore Pennestrì – (https://chng.it/4FQDdFCRcr)

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