Intervista a Roberto Quintiliani
Di Sara Leone
Roberto Quintiliani è un ingegnere meccanico, un nuotatore, un disegnatore, ma soprattutto un osservatore silenzioso del mondo.
Durante l’infanzia amava immortalare la realtà e i dettagli del mondo con la grafite, crescendo, intorno ai 12 anni si è avvicinato al mondo della fotografia. Erano gli anni Novanta, gli anni dei filtri da applicare davanti l’obiettivo, gli anni in cui un fotografo professionista e non aveva poco margine di errore: il numero delle foto consentite dal rullino era uno e uno solo. Giornate intere trascorse dietro ad un quadrante per trovare un dettaglio che valesse veramente la pena immortalare, una vita trascorsa a guardare… ma cosa?
Con la fotografia digitale è possibile scattare milioni di volte senza dover scegliere il momento giusto, ma tu non sei così, perciò quale emozione ti spinge a scattare uno spaccato di realtà invece che un altro?!
La risposta breve è «camminare», ma vorrei spiegare cosa significa.
Dopo una pausa, ho ricominciato a fotografare per motivi di benessere e salute, un modo per conciliare due mie passioni: lo Sport e la Fotografia.
Per un serio intervento di appendicite, che mi ha costretto a letto per circa un mese, ho dovuto smettere per necessità l’attività sportiva.
Sono un «Nuotatore» nel corpo e nella mente, sono un «fondista» per carattere, capace di sopportare lo sforzo per un tempo prolungato.
E’ stato duro ricominciare a nuotare, se non quasi impossibile, visto che alla suddetta convalescenza e al lentissimo recupero motorio addominale, si è aggiunta la nascita di mia figlia, che è stata ed è, certamente, un miracolo ma anche un grandissimo impegno.
Pian piano mi sono trovato agonisticamente morto, senza interessi, senza stimoli, sommerso da innumerevoli impegni, malessere fisico e demotivazione.
Ho provato molte volte a tirarmi su, ma il nuoto, che porterò sempre nel cuore, sembrava non poter far più nulla per me: ero arrivato al punto che non riuscivo nemmeno a far coincidere gli orari della piscina con le necessità famigliari.
Ho provato a cambiare Sport: il ciclismo – fiancheggiato e spalleggiato da mio suocero – ciclista.
La bicicletta però mancava di qualcosa: ho provato ad unirla al mio interesse per l’informatica e l’elettronica, realizzando alcuni prototipi di blackbox da bici, mi dava flessibilità in orario, ma non è mai partita quella scintilla che mi avrebbe dovuto spingere, giorno dopo giorno, ad «alzare l’asticella» per raggiungere nuovi traguardi; mi rendo conto che facevo qualcosa per me, ma non mi dava il giusto peso, non dava il giusto tempo all’«io».
Ho provato con l’artigianato, con la musica, ma niente, fino a quando ho partecipato ad un paio di concorsi fotografici: National Geographic Italia il primo, e Storica National Geographic il secondo.
In queste occasioni ho impugnato seriamente, con studio e sperimentazione, la macchina fotografica, e a questo punto, mi è balenata l’idea di abbinare l’escursione alla fotografia.
Un’attività sportiva di questo genere si sarebbe adattata benissimo alla «mia fotografia»: la flessibilità di orari, la possibilità di poter portare uno zaino con l’attrezzatura, la possibilità di disporre, tra sentieri e dislivelli, di soggetti da fotografare come boschi, panorami, fauna e flora; ed infine il «camminare» mi avrebbe fornito il tempo necessario per l’osservazione e l’introspezione.
Ecco qui la Fotografia: motore creativo e innesco per l’attività fisica, l’Escursione.
Ogni appassionato di fotografia racconta qualcosa, tu cosa? Storie di vita? La natura? La Storia?
Sono stato da sempre un amante della Natura, e vi assicuro che, dopo una bella passeggiata, non si torna mai a casa a mani vuote, si ritorna più ricchi, più maturi: se si allena il corpo allo sforzo fisico e l’anima alla sensibilità, si può imparare ad ascoltare e ad osservare la Natura, si impara a tenersi distaccati dal tempo “sociale”, per avvicinarsi a quello “fisiologico”, quello che si adatta al susseguirsi dell’alba e del tramonto, delle stagioni, quello che ci insegna come l’ambiente intorno a noi cambia al variare della luce del sole, e di tutta questa bellezza ne beneficiano sicuramente il corpo e lo spirito.
In questo contesto, per rispondere alla domanda, la fotografia diviene un modo per incontrare-incontrarmi-raccontarmi-raccontare: ogni fotografia è un viaggio dentro me, un racconto dettagliato su più livelli, dal primo significato quello oggettivo, al più intimo quello soggettivo.
Quando impugni la macchinetta e decidi di immortalare la realtà che osservi per chi lo fai? A chi si rivolge la tua fotografia?
Sarei un bugiardo se dicessi che non lo faccio per me, ma mi piace anche condividere la gioia e il sacrificio che raccolgo in ogni scatto, tra i sentieri e per le vie, con chi mi sta accanto, certamente cerco consenso ma senza compromessi.
Uno scatto non dura che un attimo, ma con la fotografia il suo ricordo è eterno. Quanto rimangono impresse dentro di te le immagini che scegli di fotografare e secondo te perché?
In questo contesto, per rispondere alla domanda, la fotografia non può essere, per me, un semplice ricordo da tenere in un album o in un cassetto, ma una necessità di espressione.
Le immagini sono creature che escono fuori da me, un prolungamento di me stesso, un pezzo della mia anima, e per questo motivo, le immagini che scelgo, saranno con me per sempre.
C’è chi esprime se stesso attraverso il teatro, la musica, il cinema, la pittura, la scultura, ma tu hai scelto la fotografia per quale motivo? Cosa rappresenta per te?
Non ho scelto io la fotografia, ma Lei ha scelto me, forse perché è un mezzo di espressione sintetico e complicato, che dà la possibilità a chiunque di capirne almeno un significato, ma che nasconde sempre dietro l’angolo qualche porticina da aprire a nuove chiavi di lettura.